Pacì Paciàna ol padrù de la Al Brembàna

Secondo il Commissariato di Alta Polizia

col Bando del 19 maggio 1806:

“Vincenzo Pacchiana Nativo di Poscante. Statura piuttosto alta. Età d’anni 30 circa. Corporatura ordinaria. Capelli neri, con ricci intrecciati alla fronte ed alle orecchie. Barba nera, ordinariamente rasa. Occhi brillanti. Mento pieno, color del volto olivastro, per aver contraffatto il suo naturale. Girovago e bandito. Suole travestirsi in mille guise, anco di donna. Parla il dialetto bergamasco, misto col rozzo veneto. Và munito di due coltelli, pistole e schioppo a due canne.»

In quegli anni,  le gravi congiunture politiche ed economiche, il regime di guerra continuo (nei giorni 24 e 25 dicembre 1796 i francesi entrarono in Bergamo con il benestare del podestà Ottolini, occupando la Fiera e il Castello), il peso della tassazione esasperata e l’introduzione della coscrizione obbligatoria  mise molti giovani, soli o associati, contro il governo filofrancese.

Durante la Repubblica Bergamasca, infatti, tanto per attuare concretamente la liberté, la légalité e la fraternité … venne istituita la leva obbligatoria. Gli uomini fra i 18 ed i 50 anni dovevano prestare servizio presso la Guardia Nazionale per 1 lira e 15 soldi al giorno – era prevista la possibilità, per i ricchi, di farsi sostituire a proprie spese da altri-. La coscrizione imponeva l’assenza da casa per quattro lunghi anni in tempo di pace e per un tempo indefinibile in stato di guerra. All’obbligo del servizio militare i giovani bergamaschi risposero con la latitanza e la diserzione: tanti di loro si aggregarono al brigantaggio locale, particolarmente presente nelle valli e dedito al contrabbando di sale e tabacco.

Pacchiana Vincenzo sarebbe nato il 18 dicembre 1773 a Grumello de’ Zanchi in contrada Bonoré, Comune di Zogno. Ex taglialegna, gestiva un’ osteria nei pressi del Ponte Vecchio di Zogno e sposò una sua compaesana di nome Angela Sonzogni.

Molto probabilmente anche spia al servizio di Venezia si dedicò al contrabbando di tabacco, a furti ed a rapine in diversi paesi della Valle. Per gli storici, nonostante le leggende che l’hanno travestito da ribelle che combatte l’ingiustizia e l’arroganza del potere,  ol Pacì resta sostanzialmente un brigante spregiudicato. La polizia francese gli diede la caccia a lungo; dopo numerosi agguati, si arrivò al famoso episodio del salto dal ponte: accerchiato dai gendarmi il Pacchiana si gettò con coraggio dal ponte di Ambria (qualcuno dice dal ponte di Sedrina) nelle acque del Brembo ed a nuoto riescì ancora una volta a fuggire.  Le autorità (si stava attuando il Regno d’Italia) preoccupate di soffocare questo simbolo di libertà, emanarono dei bandi di cattura con tanto di taglia; 100 zecchini se vivo, 60 se morto. Innumerevoli furono le imboscate delle guardie per catturarlo …  Memorabile lo scontro a fuoco a Endenna, frazione di Zogno, con un paio di morti tra le forze dell’ordine. Il Pacì euscì indenne da molti conflitti anche grazie ad uno speciale “giubbotto antiproiettile” artigianale che portava sotto il suo mantello. Amava camuffarsi per sfuggire alla cattura, sia nei lineamenti che nei travestimenti (da contadino vecchio, da prete e persino da donna); parlava ovviamente la lingua bergamasca e quella veneta.
A questo il mito che lo riguardava cominciò a comporsi ed a diffondersi spontaneamente: giustiziare della Valle Brembana, ovunque ci siano ingiustizie e soprusi o c’è da ridistribuire ricchezze ingiustamente accumulate interviene il Pacì che a suon di schioppettate si fa rispettare e sopratutto temere dagli usurai, dai prepotenti e dagli opportunisti … Le sue gesta furono considerate eroiche da quasi tutto il popolo. I pastori, i contadini ed i mercanti che non amavano i gendarmi perchè non capivano né la loro lingua e tantomeno la loro “politica” accolsero il mito del Pacì.

Il vento della ribellione arrivava perfino in città dove non mancavano molti suoi estimatori. Ricorrente uno slogan urlato, recitato o suggerito: “ü Pacì Paciana in ogni paìs”. Per la forte taglia posta dalle autorità sulla sua testa lasciò la valle per  raggiungere i suoi amici contrabbandieri in Svizzera dove però lo raggiunge anche un brigante, probabilmente al soldo della polizia, tale Carcino Carciofo di origini meridionali, che fingendosi amico, lo uccise a tradimento nel comasco con un colpo di fucile nella notte tra il 5 ed il 6 agosto 1806. Gli tagliò la testa che consegnò ai gendarmi. La polizia espose il macabro trofeo per alcuni giorni in Città Alta alla Fara, sotto la ghigliottina. Pacì Paciana aveva trentatrè anni.

http://www.tantiauguri.net/ricerche/rep_bergamasca.htm

http://www.pieroweb.com/eventi/museovalle/duefamosibanditi/immagini.htm

LA BALADA DEL PACIANA

(parole di C. Guariglia; musicata e cantata da Luciano Ravasio)

 

 Cunussì ‘l Pacì Paciana,

gran padrù de la Val Brembana?

        L’éra pròpe ü berechì,

ma però de chi piö fì.

 

Lü l’ robàa di gran palanche,

tat in cà come ‘n di banche,

pò l’fàa sö tace pachècc

de dunàga ai poarècc…

     Saràl fals o saràl vira?

        Fato stà che lü a la sira,

l’éra in giro col trumbù

         de sbaràga ai pelandrù.

  L’è che lü ‘n de la specéra

no l’se mai vardàt in céra:

          ghe parìa d’èss angelì

            piö che làder e assassì.

          Sóta i öcc de la questüra

töcc i dé l’indàa in pianüra,

po’ söi mucc e sö ‘l segràt,

ma però i l’l’à mai ciapàt.

           L’à tremàt öna matina

sö söl put che gh’è a Sedrina,

ma al momènt ch’i è dré a ciapàl,

zó del put, pò sö in de val!     

          Zà i gh’ìa dicc che pò ai vólp vège

s’pöl taiàga vià i orège

ma lü dóls come la mél:

Sé, ma mia de chèsto pél!”.

Ma l’ gh’ìa ‘nsèm con lü ‘l Carcino,

grand amìs però cretino

che, per fórsa o per amùr,

l’à düsìt fà ‘l traditùr.

           Co la fam istrepassada

che l’ gh’ìa adòss, chèla panada

de tresènto marenghì,

se l’ ghe fàa ciapà ol Pacì.

L’éra dóra… E öna matina

che öna lépera assassina

l’ìa piàt ol sò tüdùr,

l’è ‘ndacc fò a ciamà ol dutùr.

   ma però, a la prima ultada,

l’à ciapàt ün’ótra strada,

l’è curìt, chèl limbanù,

zó di guardie a fà o’ spiù.

L’è per chèl che ‘n Val Brembana

gh’è restàt, del póer Paciana,

la memoria, ‘l nòm e ‘l rèst

d’ü brigànt che l’ par onèst.

 

Conoscete il Pacì Paciana

gran padrone della Val Brembana?

Era per davvero un birichino,

ma di quelli sopraffini.

 

Lui rubava fior di quattrini,

nelle case come nelle banche,

poi confezionava pacchi regalo

per farne dono ai poveri.

 

Sarà falso o sarà vero?

Fatto sta che lui di sera

era in giro col trombone

per sparare ai pelandroni.

 

‘E che lui non ha mai guardato che cera avesse nello specchio:

gli sembrava di essere un angioletto

più che un ladro e un assassino.

Sotto lo sguardo della questura,

tutti i giorni andava in pianura,

poi sui monti e sul sagrato,

eppure non l’hanno mai beccato. 

Ha tremato una mattina

sul Ponte di Sedrina,

ma proprio quando stavano per acciuffarlo

giù dal ponte, poi su in valle!

Gli avevano detto che anche alle vecchie volpi

è possibile mozzare le orecchie,

ma lui dolce come il miele:

“Sì, ma non di questo pelo!”.

Ma a fargli compagnia c’era Carcino,

grande amico, ma cretino

che, per forza o per amore,

ha dovuto fare il traditore.

Con la fame stagionata

che aveva in corpo, quella panata (pancotto)

di trecento marenghini,

se faceva in modo di far catturare il Pacì, 

era un affare… E una mattina

che una vipera assassina

aveva morso il suo tutore,

è andato a chiamare il dottore. 

Però alla prima curva,

ha preso un’altra strada,

è corso quel lungagnone,

giù dalle guardie a fare lo spione.

‘E per quello che in Val Brembana

è rimasto del povero Pacchiana,

la memoria, il nome e il resto

di un brigante che pare onesto.

 

 

Annunci